01 Luglio 2007

1729


                      
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25 Giugno 2007

1804



Perchè doveva essere ancora Parigi?





Io e la città non ci parlavamo da tempo.
Non ne so bene il motivo, forse avevo smesso d'ascoltare la sua voce, o forse lei non aveva tempo per me.




Di una cosa sono certo.


Tra tante città, solo Parigi, quando non ti parla, diventa di un'inquietudine spettrale.            Forse mi aveva lasciato solo.
Troppi pensieri, troppe vite. Al volto di una città non si nasconde la propria anima. La sua storia è la sua identità.
E l'identità di una città ti legge nel profondo.






Di giorno imperavano le voci di politicanti stradaioli, commercianti azzardati, briganti. E mendicanti, tanti mendicanti.
Troppi bambini si aggiravano scalzi tra le macerie della Bastiglia, oramai ridotte a lugubri reliquie.




La notte invece, nelle strade, tornavano ad apparire gli spettri del passato.

                                         Nessuno voleva aver a che fare con i loro volti.




Io mi fermavo spesso in locande frequentate da artisti. Poeti, letterati, pittori, scultori e filosofi. Mi fermavo e li osservavo.
Osservavo il loro mondo, il loro sguardo, il loro modo di vivere e di trasporre le proprie idee.
Non entravo mai nei loro dibattiti.



Una sera, tra di essi, vi era una poetessa. Celine. Bella come le poesie che leggeva. La vidi dibattere tra di loro sull'importanza del recuperare la metrica perduta. I famigerati endecasillabi che avevano reso immortale lo stile classico.




Me ne stavo seduto sulla cassapanca, con la schiena appoggiata al muro ascoltando il rumore della pioggia di quella notte. Ogni tanto volgevo lo sguardo e la osservavo. Solo ora mi accorgo, ripensandoci, che il mio osservarla era più un fissarla.
Quando l'acool aveva cominciato a rendere gli animi più inclini al divertimento che non al dibattito, lei si avvicinò, si sedette all'altra estremità della panca e, senza guardarmi, disse:

                            "qui non vi è affare che ti possa meritare. Lo so bene. Perchè stai qui?"



risposi mestamente sopraffatto dalla sua audacia:
                 
                    "e dove potrei stare? L'anima della città ha smesso di parlarmi. Vivo delle vostre vite"



ora mi stava guardando, e disse:

"parecchie volte sei stato qui. Non ti ho mai visto parlare con qualcuno. Ma li guardi come se nelle loro parole vedessi il passato, non il futuro. Come se la loro ispirazione fosse la tua polvere. Ho paura."





                  Non risposi alcun che, tornai a fissare le gocce che scendevano dal soffitto. Mi ricordo i suoi occhi verdi.




Si avvicinò ancora, fece scorrere il palmo della sua mano sul mio viso e aggiunse:

      "tu non fuggi dagli spettri della notte. Danzeresti con loro fino all'aurora. Tu non cerchi compagnia.
       Fuggiresti anche in questo istante per non tornare mai più. Nei tuoi occhi vedo più di una vita. Fam-
       mi capire chi sei, senza dirmelo.
"




Tutto si spense. La presi per mano, uscimmo dalla locanda, sotto la pioggia. C'era un ponte lì vicino. Andammo sotto il suo arco per non bagnarci. Misi la mano in tasca, tirai fuori un gessetto azzurro, lo sbriciolai con il palmo della mano, strinsi il pugno e le sussurrai:

                   "Ora, solo ora, potrai capire guardando come se nulla esistesse se non questo istante"


                                                                  Aprii il palmo, soffia nel vento la povere azzurra.



Per qualche istante si creò un gioco di luci tale da sfiorare il divino, nel quale si rifletteva la luce dei suoi occhi:

       



Celine indietreggiò titubante. Si appoggiò al muro, scivolo verso terra abbandonandosi al pianto. Cercava di scusarsi.
Io le dissi che non si doveva scusare, la abracciai.





Lei appoggiò la testa sulla mia spalla e rimanemmo insieme ad aspettare la fine della pioggia.
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25 Maggio 2007

1895

Un ladro.


Ero diventato un ladro.


Ricordo la mia espressione cupa di quei tempi. Il riflesso di un’inquietudine onirica. Forse non era questo il mio mondo.



Da 3 giorni stavo nascosto in un ripostiglio nei sotterranei del museo di Oslo. Attendevo che la gente festeggiasse il primo giorno di aurora boreale.

Osservavo il buio, ma cercavo di non ascoltare le mie pressanti angosce. La coscienza, per quanto martellante, si stava stancamente trascinando; sommessa da un torpore di chi non conosce la ragione di ciò che sta per compiere ma sa comunque che il suo essere lo spinge verso il baratro.



 

C’erano istanti in cui consideravo tutto ciò un delirio. In realtà pensavo di essere un fantasma. Pensavo di essere morto definitivamente quel giorno del 1651, durante il duello di pistola. E la mia anima inquieta credeva di poter ancora provare qualcosa. Si sforzava di rendere reale l'innaturale.






Ogni tanto mi mordevo un lembo di pelle della mano, per mantenermi lucido.






Arrivò il momento di agire. Uscii dallo stanzino, girai quatto per i corridoi. Le guardie, stanchi veterani dell’esercito interessati alle poche corone della paga, restavano nelle loro stanze a brindare scioccamente. Stolti.

 

 

Arrivai in brevissimo tempo davanti all’opera di cui volevo impossessarmi.






                                         
                                                                               (Munch - Il grido) olio su tela



Qui l’inquietudine assunse una forma reale.                            Dimenticai tutto.


Nomi, date, luoghi, emozioni, lacrime, sesso, sospiri e sangue. Tutto il sangue. Spariti.

 





L’uomo nel dipinto mi fissava con occhi di fuoco. Io riuscivo a sostenere il suo sguardo.

 

 

                                                                Una sfida.




 

 

Allungai la mano. Toccai la tela, sentii il colore. Feci scorrere le dita su di essa. Lui m’indicò l’orizzonte, oltre le colline azzurre e nere. Seguii ciò che m’indicava.



 

Vidi me stesso riflesso nel porpora acceso. Mi vidi com’ero nella prima vita. Innocente, innamorato di una sconosciuta.

 

 

 






Afferrai la cornice, corsi lungo i corridoi, uscii dal cunicolo che avevo scavato. Nessuno fece caso a me. La barca m’attendeva al porto.

 

 

Lei prese il dipinto. Lo osservò con fermo distacco e mi abbracciò. Teneva stretto il mio corpo regalando il calore di cui avevo bisogno. Questo ardore dissipò in me ogni dubbio. Capii che l’amore è un’occasione. Mi protesi verso di lei, volevo sentire il profumo dei suoi capelli, e il profumo del suo sentimento. L’amore è improvviso ed improvvisazione.





 

 

                                                                               Sull’orizzonte i primi raggi di un’alba che sarebbe durata mesi.



               

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25 Aprile 2007

1913



           "il mistero"


 





L'arsura in quei giorni era davvero insopportabile. Vedevo un paesaggio estremamente lento.
Nei modi di fare, nei tempi, nel quotidiano, ogni gesto mi trascinava in una caduta quale
potrebbe essere stata solo quella di un granello di finissima sabbia bianca all'interno di una
clessidra in oro.




                           Atene, la Grecia tutta, è la terra dell'infinito essere.



Nell'aria si poteva respirare il profumo dei fiori di mille anni fa.


Mi era bastato entrare nell'acropoli, iniziare i primi scavi, per sentire ancora l'eco delle lezioni di Platone,
dell'immensa maieutica di Socrate. E di discepoli che nutrivano il corpo con il cibo della mente.



Eravamo in pochi in quei giorni di Luglio. Chi come me non aveva una famiglia dalla quale tornare, una donna
che lo aspettasse fiera dentro le mura di casa, e chi lo faceva per passione. Portare avanti uno scavo archeologico
non è una cosa da ridere quando lo si fa in pochi.






Un mattino, sul tardi, mi accorsi di una strana farfalla. Più che strana, ora, nel ricordo, direi che era particolare.


                Non ne so bene il motivo, ma mi sentivo attirato dal suo batter d'ali.


Cercai quindi di avvinarmi per osservarla meglio, ma caddi in una buca fatta qualche ora prima da un mio
collega, il quale s'era dimenticato di segnalarla e recintarla.








                            "la rivelazione"




 







          Non avevo perso i sensi.                                                   Ma nemmeno sentivo alcun che.


Non sentivo di dover chiamare aiuto, semplicemente fissavo il colore cristallino del cielo. Pensavo si essere
nuovamente morto. Invece non era così.


D'un tratto la farfalla attraversò quel campo turchese che era il mio cielo, tutto il mio cielo, e si fermò d'improv-
viso. Senza sbatter d'ali, nella più totale immobilità restava fissa nell'aria.

Così per qualche istante fui rapito da quello strano fenomeno. Non mi ponevo domande particolari, anzi,
ne contemplavo la bellezza in assoluta quiete.



                Ma                 eccco                           l'inatteso...







La farfalla iniziò a vibrare, prima lentamente, poi con potenza incredibile. E da una diventò due, poi quattro, poi
sedici... fino ad un numero tale per cui l'uscio dello scavo ne era completamente avvolto. E tutto era buio, non vedevo
l'azzurro del cielo, non sentivo la brezza, non vi era rumore. Solo un muro di farfalle in stasi.


Da quella moltitudine una si distaccò, inizio ad avvicinarsi a me e si posò sul mio petto. Io la fissavo, quando, all'
improvviso diventò prima di color oro e poi iniziò a bruciare. Ma il fuoco era turchese e non la consumava. Il fuoco
iniziò ad avvolgere anche me.



                    Non sentivo dolore, però, nè alcun tipo di brucio. Al contrario.



   quel fuoco sembrava come una catarsi, mi sentivo stimolato, ispirato, amato, vigoroso.



Mi sentii trascinare verso l'altro, mentre quel flebile, magico, magnifico muro, lentamente si diradava.












                                                                                                                                         "l'inganno" 

 
                          




Ne uscii. Ne fuoi portato fuori dalla leggerezza del fuoco, che lentamente mi avvolgeva sempre meno.





Ora la farfalla girava vorticosamente intorno a me. Continuava a girare, sempre più velocemente.



                             E il fuoco diventò prima viola, poi purpureo, e infine rosso. E la consumava.
E lei lentamente di lasciava consumare sul palmo della mia mano. Ne restò solo poca cenere.




Quella cenere fu solcata da una mia lacrima. E la cenere e la lacrima diventarono una cosa sola.
Nella mia mano si formò un fiore color oro, lo buttai nella buca, la ricoprii.




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08 Febbraio 2007

1817 ( uno )




Certe città rimangono nel cuore. Londra fa questo effetto. In primavera ha colori indescrivibili.
E' come un cuore che pulsa, la gente che cammina nelle vie è la linfa vitale.


Mi sarebbe piaciuto perdermi in uno di quei piccoli negozietti di libri dove il commesso t'
intrattiene per ore raccontando aneddoti più fantasiosi che veri.

Avrei preso volentieri un tè con una di quelle signorine che dal loro angolo mi sorridevano,
nascondendosi poi nel loro ombrello in tessuto candido che le proteggeva dai primi caldi raggi di sole.




.......................Volevo essere tutto e tutti. Avrei voluto provare quello che provavano.





Ma la mia anima mi stava trascinando altrove. Bramosa di conoscenza, divorava le mie membra.






................................................La ricerca della verità sarà sempre il demone più oscuro per un uomo.


Dovevo recarmi fuori città, presso la chiesa abbandonata di Sant Johnas. Ed attendere.
Già, come se il tempo fosse il mio unico nemico.
Le ore nutrivano le grida del mio corpo.


  

Ci giunsi a piedi.


All'epoca intagliavo piccole sculture di legno per un artista scozzese, e il lusso di una carrozza non
me lo potevo di certo permettere.



Del me di quel tempo ricordo solo gli occhi azzuri. Immensi, grandi. Tristi. Ricordo di come non capivo
il motivo per il quale mi sembrava che la pupilla a volte, guardandomi nel riflesso delle vetrine,
sembrava emanare uno strano bagliore. Non lacrime, ma un vero e proprio scintillio.




.................................................................Fantasticherie ed immaginazione. Abbandonarsi...




Fantasticherie, di un uomo che amava viaggiare con la mente. Pensavo.
Rammentavo poco di come ero morto nella vita precedente. Di come era forte l'amore.


E di come la sete di conoscenza mi bruciasse dentro. LA attendevo.








( continua )...
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19 Gennaio 2007

1922


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